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TrattaRE LA fibrillazione atriale

TrattaRE LA fibrillazione atriale

Trattamento della fibrillazione atriale

Il trattamento della fibrillazione atriale può essere costituito da farmaci per l'aritmia (farmaci antiaritmici), terapia interventistica oppure farmaci per il trattamento dei rischi associati alla fibrillazione atriale (come l'ictus con farmaci che fluidificano il sangue, anticoagulanti orali).

COSA SONO GLI ANTICOAGULANTI??

Esistono vari tipi di medicinali che fluidificano il sangue. Gli anticoagulanti prescritti a pazienti affetti da fibrillazione atriale sono: antagonisti della vitamina K e i nuovi medicinali anticoagulanti orali o NOAC. Questi ultimi sono chiamati anche “anticoagulanti orali diretti” (DOAC) o anticoagulanti orali non antagonisti della vitamina K (NOAC).

  • In caso di intervento chirurgico, comprese le procedure odontoiatriche, è importante far sapere al chirurgo che si sta assumendo un medicinale che fluidifica il sangue.
  • Quando si fa uso di un medicinale per fluidificare il sangue è importante chiedere consiglio al medico o al farmacista ogni volta che viene prescritto un nuovo medicinale, o quando si acquistano medicinali per verificare che siano tutti compatibili. Soprattutto con altri medicinali che fluidificano il sangue, come l'aspirina.
  • La decisione finale riguardo al tipo di anticoagulante da assumere spetta al medico. Alcuni pazienti possono non essere idonei all'assunzione di un NOAC, mentre per altri uno dei NOAC potrebbe addirittura ridurre ulteriormente il rischio di ictus, con un rischio di sanguinamento intracranico (sanguinamento nel cervello) equiparabile o addirittura inferiore.

 

Antagonisti della vitamina K 

Warfarin (coumarin), Acenocoumarol, Phenprocoumon, Fluindione

Gli antagonisti della vitamina K sono gli anticoagulanti conosciuti da maggior tempo e più usati al mondo. Essi riducono la capacità del sangue di formare coaguli. Questi coaguli di sangue si formano quando le cellule del sangue e altri materiali si uniscono formando una massa solida all'interno di un vaso sanguigno. Affinché questo processo avvenga occorrono fattori di coagulazione del sangue. Gli antagonisti della vitamina K bloccano alcuni di questi fattori, rendendo il processo di coagulazione più difficile. A questo proposito, si parla spesso di “fluidificazione del sangue”. L'effetto svolto dagli antagonisti della vitamina K sui fattori di coagulazione li rende molto efficaci nel ridurre il rischio di ictus.

 

Cos'è importante ricordare quando si utilizzano gli antagonisti della vitamina K?

Per valutare l'effetto fluidificante sul sangue è necessario eseguire esami del sangue periodici per misurare il cosiddetto “INR” o rapporto internazionale normalizzato. In base a questa misurazione si adatta il dosaggio dei medicinali in base alle esigenze del singolo. È estremamente importante eseguire questo esame del sangue regolarmente per verificare che il dosaggio che si sta assumendo sia corretto e che non ci siano rischi. Il dosaggio utilizzato può variare da persona a persona e da periodo a periodo in una stessa persona.

INR testing

Normalmente, nelle persone che non assumono anticoagulanti, il sangue forma coaguli quando l'INR è pari circa a 1.

Per ridurre il rischio di ictus in pazienti che soffrono di fibrillazione atriale, l'INR deve essere compreso tra 2 e 3.

Non interrompere l'assunzione di antagonisti della vitamina K senza consultare il medico.

 

Quali sono le precauzioni da ADOTTARE quando si fa uso di antagonisti della vitamina K?

Evitare un massiccio consumo di alcool.

Gli alimenti che contengono grandi quantità di vitamina K possono rendere la fluidificazione del sangue meno efficace. Se la dieta è ricca di vitamina K, sarà necessario probabilmente assumere un quantitativo maggiore di medicinale per fluidificare il sangue. Nella tabella allegata sono indicati gli alimenti poveri e gli alimenti ricchi di vitamina K. Occorre prestare particolare attenzione con i medicinali a base di erbe. Chiedere sempre consiglio al medico o al farmacista prima di iniziare ad assumere qualsiasi medicinale a base di erbe.

Tabella 1.

Alimenti POVERI di vitamina K Alimenti RICCHI di vitamina K
Asparagi
Banane
Barbabietole rosse
Carciofi
Carote
Cavolfiore
Cavolo rosso
Cetrioli sbucciati
Cipolle
Coriandolo
Fagioli
Fagiolini verdi
Funghi
Mais
Melanzane
Pastinaca
Patate
Patate dolci
Peperoni verdi
Piselli
Pomodori
Rape
Ravanelli
Sedano
Zucca
Zucchetta
Alghe
Avocado
Bietole
Broccoli
Cavolini di Bruxelles
Cavolo
Cavolo nero
Cavolo verde
Ceci
Centrifughe di verdure (V8)
Cime di rapa
Crescione
Erba cipollina
Erba di grano in polvere
Fagioli di soia
Fegato
Foglie di amaranto
Foglie di belladonna
Foglie di coriandolo
Foglie di menta
Indivia
Insalata di cavolo
Kiwi
Lattuga
Lenticchie
Maionese
Melanzane spinose
Natto (soia fermentata)
Okra
Olio di colza
Olio di oliva
Olio di soia
Pesce sott'olio
Portulaca
Prezzemolo
Senape
Spinaci
Tè di foglie di Tonka
Tè verde
Toumyao (verdure cinesi)
Verza

 

Novel (oppure Non vitamin K) Oral AntiCoagulants (NOAC, Nuovi anticoagulanti orali non antagonisti della vitamina K )

Dabigatran (Pradaxa or Pradax), Rivaroxaban (Xarelto), Apixaban (Eliquis), Edoxaban (Lixiana or Savaysa)

 

I NOAC sono stati introdotti nel 2008-2009 e da allora sono stati utilizzati con successo e testati su varie migliaia di pazienti con fibrillazione atriale per prevenire gli ictus. Questi medicinali contrastano direttamente una delle sostanze di coagulazione esercitando una prevenzione analoga o probabilmente migliore contro gli ictus rispetto a un antagonista della vitamina K. Possono essere utilizzati senza controllare l'INR e non sono influenzati dagli alimenti, da altri medicinali e dall'alcool. Dabigatran e apixaban si assumono due volte al giorno, mentre rivaroxaban ed edoxaban possono essere assunti una volta al giorno. È estremamente importante assumere un NOAC ogni giorno, come prescritto dal proprio medico.

Nei pazienti trattati con NOAC il medico deve controllare la funzionalità renale. È possibile che il medico debba ridurre la dose di medicinale che fluidifica il sangue o persino sospenderlo completamente se la funzionalità renale diminuisce in modo eccessivo.

 

Effetti collaterali degli anticoagulanti orali.

L'effetto collaterale più comune che si verifica con tutti i medicinali che fluidificano il sangue è il sanguinamento. Nella maggior parte dei casi il sanguinamento non è grave. Altre volte può verificarsi un sanguinamento lieve, come avviene per esempio quando si formano lividi o sopraggiunge un leggero sanguinamento del naso. Circa l'1-2% delle persone che assumono fluidificanti del sangue sviluppa sanguinamenti più gravi che possono richiedere una trasfusione di sangue e l'interruzione dei medicinali in questione. L'effetto collaterale di sanguinamento più grave dovuto ai medicinali che fluidificano il sangue è un sanguinamento nel cervello chiamato “emorragia intracranica”. In caso di timori sul rischio di sanguinamento associato ai medicinali per fluidificare il sangue, è consigliabile parlarne con il medico, che valuterà il rischio di ictus individuale e lo soppeserà con il rischio di sanguinamento causato dal medicinale che fluidifica il sangue.

Prima della prescrizione, il medico calcolerà il rischio di sanguinamento utilizzando un apposito punteggio. Un esempio di un punteggio del rischio di sanguinamento usato comunemente è il punteggio HAS-BLED (dalle iniziali dei fattori di rischio in lingua inglese).

 

Valutazione del rischio di sanguinamento con un medicinale che fluidifica il sangue

Fare clic qui per il calcolatore online.

 

CONTRASTARE GLI ANTICOAGULANTI ORALI

Quando si verifica un sanguinamento grave nei pazienti trattati con anticoagulanti orali, è necessario garantire un antidoto.

L'antidoto a un antagonista della vitamina K è la vitamina K stessa. Il suo effetto va monitorato molte ore dopo controllando l'INR. Se questo è ancora troppo alto, è necessario somministrare un'altra dose di vitamina K. Un trattamento aggiuntivo può includere prodotti coagulanti, se necessario.

Per uno dei NOAC, dabigatran (pradaxa) è disponibile anche un antidoto. Si chiama idarucizumab (praxbind) ed è diventato clinicamente disponibile nel 2015. Una dose di questo antidoto è sufficiente per contrastare completamente l'effetto di dabigatran, ripristinando la normale coagulazione del sangue. Per gli altri NOAC non esistono antidoti clinicamente disponibili, anche se lo diventeranno in un futuro non molto lontano. Come nel caso degli antagonisti della vitamina K, si possono somministrare prodotti coagulanti per contrastare gli effetti fluidificanti del sangue di questi agenti, se necessario.

 

Occlusori dell'auricola atriale sinistra (LAA)

La fibrillazione atriale causa una contrazione inefficace degli atri, uno scarso flusso sanguigno a quest'ultimi e stasi. Si ritiene che la stagnazione di sangue favorisca lo sviluppo di coaguli, normalmente all'interno di una sacca simile a un dito dell'atrio sinistro, chiamata auricola atriale sinistra. Questi coaguli possono causare blocchi nelle arterie più importanti, provocando ictus. Poiché la maggior parte dei coaguli si formano nell'auricola atriale sinistra, per ridurre il rischio di ictus embolici si esegue principalmente un'escissione o un'obliterazione dell'auricola.

Nei pazienti che non possono assumere anticoagulanti orali a causa del rischio di sanguinamento, il medico può occludere o obliterare l'auricola atriale sinistra mediante puntura della vena femorale nell'inguine. Un dispositivo simile a una spina viene inserito da sgonfio nell'auricola e successivamente allargato in modo da occludere completamente e persino obliterare la cavità dell'auricola atriale sinistra. La procedura è condotta in sedazione profonda o anestesia generale. Per le prime settimane e fino a tre mesi è necessario somministrare medicinali in associazione per prevenire la formazione di coaguli; successivamente è possibile passare a un unico medicinale. Studi recenti hanno scoperto che questa procedura protegge dall'ictus analogamente alla terapia anticoagulante orale classica (con antagonisti della vitamina K), sebbene vi possano essere complicazioni immediate in seguito alla procedura implantare.

 

Controllo del ritmo E controllo della frequenza

Il controllo del ritmo implica che insieme al medico si è deciso di raggiungere e mantenere un ritmo sinusale normale. Quando questa strategia fallisce o non è possibile e la presenza di fibrillazione atriale è accettata o inevitabile, potrebbe essere importante ridurre la frequenza cardiaca. Si parla in questo caso di controllo della frequenza.

FARMACI utilizzati per ridurre gli episodi di fibrillazione atriale (controllo del ritmo)

I medicinali utilizzati per ridurre gli episodi di fibrillazione atriale sono detti “anti-aritmici”.

I farmaci anti-aritmici più comunemente usati sono:

  • flecainide
  • amiodarone
  • propafenone
  • disopyramide
  • dronedarone
  • sotalol

I medicinali antiaritmici modificano l'attività elettrica delle cellule del cuore. La generazione e la trasmissione dei segnali elettrici coordinano l'attività di pompaggio del muscolo cardiaco. L'assunzione di anti-aritmici può contribuire a ridurre la probabilità di ricomparsa della fibrillazione atriale, ma questi medicinali non garantiscono che gli episodi di fibrillazione atriale non si ripresentino più. Talvolta occorre provare vari antiaritmici prima di trovare quello più adatto al proprio caso; inoltre alcuni di essi non sono adatti a tutti i pazienti. Il medico deciderà l'antiaritmico più appropriato per il paziente in base alle altre condizioni mediche presenti, quali ad esempio una patologia cardiaca ischemica (restringimento delle arterie del cuore) o un'insufficienza cardiaca (attività di pompaggio del cuore inadeguata). Alcuni medicinali antiaritmici, come l'amiodarone, possono causare effetti collaterali gravi, quindi il medico monitorerà regolarmente il paziente per assicurare che possa continuare ad assumere il medicinale in sicurezza. Per motivi di sicurezza, potrebbe essere necessario prelevare un piccolo campione di sangue da un braccio per monitorare i livelli di medicinale. Il medico aiuterà a scegliere l'antiaritmico migliore e illustrerà dettagliatamente al paziente i benefici e i possibili effetti collaterali.

fARMACI utilizzati per rallentare la frequenza cardiaca (controllo della frequenza)

Sono disponibili vari farmaci, sotto forma di compresse, in grado di contribuire a rallentare la frequenza cardiaca nelle persone che soffrono di fibrillazione atriale; il medico sceglierà il medicinale più adatto a ogni singolo caso.

I principali tipi di farmaci comunemente usati per rallentare il ritmo cardiaco sono:

  • Medicinali contenenti digitale
  • Beta-bloccanti (ad esempio: bisoprololo, metoprololo, atenololo)
  • Calcio-antagonisti (ad esempio: diltiazem, verapamil)

Per molti pazienti affetti da fibrillazione atriale, una compressa è sufficiente a rallentare la frequenza cardiaca in modo adeguato, ma alcune persone dovranno assumere due o più tipi di compresse per ottenere un controllo appropriato.

I medicinali contenenti digitale, come la digossina, sono stati utilizzati per oltre cento anni e possono rallentare anche una frequenza cardiaca molto rapida. Questi medicinali sono molto efficaci, in particolare se non si è fisicamente molto attivi. Tuttavia, potrebbero essere meno efficaci durante l'esercizio fisico. Questo è uno dei motivi per cui spesso, nei pazienti più giovani e/o più attivi, si utilizza un’altra classe di farmaci, chiamati beta-bloccanti. I beta-bloccanti non sono adatti a tutti, in particolare se si soffre di asma; in questi casi l'opzione migliore potrebbe essere rappresentata dai calcio-antagonisti, come diltiazem o verapamil. Il medico terrà conto di tutte le circostanze personali del singolo paziente quando deciderà l'opzione o le opzioni farmacologiche migliori per controllare la frequenza cardiaca.

Cardioversione elettrica 

In presenza di un episodio di fibrillazione atriale sintomatica che non risponde ai medicinali antiaritmici, il medico potrebbe suggerire di sottoporsi a una procedura chiamata cardioversione elettrica, che ha lo scopo di riportare il cuore a un ritmo normale (ritmo sinusale). Questa procedura in genere è programmata in anticipo e comporta l'erogazione di una scossa elettrica controllata al petto, diretta al cuore. L'impulso elettrico è sufficientemente intenso da arrestare brevemente i segnali elettrici generati dal cuore e permette al pacemaker naturale del cuore, “il nodo del seno”, di riprendere il controllo della frequenza cardiaca.

La cardioversione elettrica viene eseguita in ospedale utilizzando un'apparecchiatura chiamata defibrillatore, una potente batteria computerizzata. La scossa elettrica viene trasmessa da due grandi adesivi (elettrodi) applicati al torace. Gli adesivi in genere vengono applicati sulla parte anteriore e posteriore del torace oppure sui lati destro e sinistro.

Electrical Cardioversion on a patient

Prima della cardioversione il paziente riceve un'iniezione (anestetico) che induce sonnolenza perché la procedura può essere leggermente fastidiosa. In questo modo durante la procedura non si avvertirà nulla. Se la prima scossa elettrica non riesce a riportare il cuore a un ritmo normale (ritmo sinusale), viene tentata una seconda scossa elettrica utilizzando un impulso elettrico lievemente più forte. Durante la cardioversione non si dovrebbe avvertire alcun dolore, tuttavia le aree sotto gli elettrodi potrebbero essere leggermente dolenti per un giorno o due dopo la procedura.

Occorre tenere presente che anche dopo una cardioversione riuscita (grazie alla quale il ritmo cardiaco torna al normale ritmo sinusale); è possibile che la fibrillazione atriale ricompaia. Questo succede in circa la metà dei pazienti durante il primo anno successivo alla procedura di cardioversione. Le probabilità che la fibrillazione atriale ricompaia dipendono da molti fattori, ma sono maggiori se si soffre di altri problemi cardiaci (compresa la pressione del sangue elevata) e se si soffre di fibrillazione atriale da più di 1 anno.

È possibile ottenere la cardioversione anche con determinati medicinali utilizzati per controllare il ritmo. Si parla in questo caso di cardioversione farmacologica perché invece di una scossa elettrica vengono utilizzati medicinali per cercare di riportare il cuore al ritmo normale. Anche questa procedura viene eseguita in ospedale. Al paziente viene somministrato questo medicinale con una flebo nel braccio e la frequenza cardiaca viene monitorata continuamente durante la procedura.

Prima della cardioversione, elettrica o farmacologica, è necessario assumere un anticoagulante per almeno 3 settimane prima della procedura. In alternativa, dovrà essere eseguita un'ecocardiografia transesofagea per escludere la possibilità di coaguli di sangue nel cuore prima della cardioversione. Per ridurre il rischio di ictus, sarà necessario continuare ad assumere il medicinale che fluidifica il sangue per almeno 4 settimane dopo la procedura di cardioversione. A seconda del rischio generale di ictus, il medico potrebbe chiedere al paziente di continuare ad assumere un medicinale che fluidifica il sangue per il resto della vita.

 

Ablazione con catetere della fibrillazione atriale

 

Terapia ablativa (Isolamento delle vene polmonari, IVP)

Le vene polmonari sono vasi che collegandosi dai polmoni all'atrio sinistro consentono al sangue ricco di ossigeno di ritornare al cuore. I manicotti muscolari si estendono dal corpo dell'atrio sinistro per una breve distanza (fino a circa 5 cm) all'interno delle vene polmonari. Si è visto che nelle persone affette da fibrillazione atriale, queste estensioni di muscolo esercitano un'attività elettrica rapida e non controllata dalla normale attività del cuore. Queste scariche elettriche anomale, risultato di complesse interazioni, producono un'attività elettrica rapida (400-650 al minuto) e irregolare che comporta a sua volta contrazioni meccaniche deboli negli atri.

La diffusione dell'attività elettrica anomala che origina dalle vene polmonari può essere arrestata inattivando/uccidendo irreversibilmente le cellule nel punto di giunzione delle vene polmonari con l'atrio sinistro, in modo che non possano condurre segnali elettrici. L'inattivazione delle cellule nel punto di giunzione delle vene polmonari si ottiene mediante riscaldamento delle cellule (oltre i 55°C ma al di sotto degli 80-90°C) o loro raffreddamento (fino a -50°C) oppure mediante intervento di cardiochirurgia.

Attraverso piccoli fori nell'inguine, il medico inserisce cateteri multipli nella vena femorale, facendoli avanzare sotto controllo radiografico fino all'atrio destro. Per raggiungere l'atrio sinistro, il medico usa un ago catetere lungo per pungere la parete che separa gli atri sinistro e destro e inserisce il(i) catetere(i) nell'atrio sinistro.

 

Ablazione transcatetere con radiofrequenza (RFCA)

La tecnica più comune impiega una corrente alternata ad alta frequenza (circa 550 KHz) erogata da un catetere flessibile dotato di elettrodo in metallo sulla punta. Il passaggio della corrente riscalda una piccola parte di tessuto fino a oltre 55°C, in base all'intensità della corrente e al contatto con il tessuto. Ogni piccola zona di tessuto inattivato (coagulato) è una ‘lesione’. Una serie di lesioni contigue a tutto spessore che descrivono una forma circolare in prossimità della giunzione delle vene polmonari destra e sinistra creano una sorta di barriera elettrica che isola le vene polmonari dall'atrio sinistro senza danneggiare fisicamente i tessuti. Si parla in questo caso di isolamento delle vene polmonari mediante ablazione transcatetere con radiofrequenza (RFCA).

Nel corso di questa procedura, il medico inserisce due cateteri nell'atrio sinistro, uno unicamente per registrare i segnali dalle vene polmonari bersaglio e l'altro per inviare corrente a radiofrequenza al punto desiderato e registrarla. Questa procedura viene eseguita seguendo una ricostruzione dell'anatomia e della forma delle vene polmonari e dell'atrio sinistro.

L'isolamento elettrico che ne deriva è dimostrato dalla scomparsa permanente dei segnali elettrici nelle vene polmonari e i cateteri vengono successivamente rimossi.

Radio frequency catheter ablation

 

Ablazione con cryoballoon (crioablazione)

Nella procedura di isolamento della vena polmonare mediante cryoballoon, uno speciale palloncino sgonfio (cryoballoon) viene inserito nell'atrio sinistro, dove viene gonfiato e posizionato esattamente all'ingresso delle vene polmonari. Un refrigerante pressurizzato viene iniettato nel palloncino facendolo espandere; in questo modo il palloncino assorbe calore e produce temperature molto basse aderendo e congelando il tessuto circostante che entra in contatto con il perimetro del palloncino. Dopo aver raggiunto un grado di congelamento sufficiente, il palloncino viene riscaldato, sgonfiato e spostato in un'altra vena polmonare, dove l'ablazione viene ripetuta. Quando il palloncino è posto a contatto con il punto di giunzione delle vene polmonari con l'atrio sinistro, la criolesione circolare che ne deriva determina l'isolamento della vena polmonare.

Indipendentemente dalla tecnica usata, l'isolamento della vena polmonare viene eseguito con il paziente in anestesia totale, ventilato artificialmente o profondamente sedato, in grado di respirare tuttavia spontaneamente. Dopo la procedura, si applica una fasciatura compressiva a livello dell'inguine e di solito si viene dimessi il giorno successivo. Dopo le dimissioni, è possibile riprendere velocemente una vita normale dopo i primi giorni. Sarà necessario continuare ad assumere medicinali anticoagulanti (per prevenire i coaguli) per almeno 8 settimane dopo la procedura. Spesso vengono prescritti ulteriori medicinali per controllare il ritmo e la frequenza del cuore.

Cryoballoon

 

Complicazioni derivanti dall'isolamento delle vene polmonari

La complicazione più comune è il sanguinamento in prossimità del sito di iniezione all'inguine, con il conseguente ristagno di sangue parzialmente coagulato sotto la pelle o più in profondità nel tessuto, che produce un grumo, un nodulo o un livido, spesso sensibili e dolenti. La compressione manuale e il riposo a letto normalmente arrestano il sanguinamento e il ristagno scompare progressivamente nel corso delle settimane successive. Se in prossimità del sito di iniezione dovesse improvvisamente comparire un grumo, o lo stesso dovesse allargarsi o diventare dolente, sarà necessario consultare il medico.

Un coagulo può staccarsi dall'interno dell'atrio sinistro e migrare verso i vasi sanguigni arteriosi sistemici, ad es. nel cervello, nell'occhio, negli arti, nei reni ecc., interrompendo l'apporto di ossigeno e provocando la morte dei tessuti. Ciò può provocare un ictus o danneggiare l'occhio, gli arti o i reni. Normalmente, un utilizzo corretto di medicinali anticoagulanti per 3-4 settimane fino all'esame, nonché durante e dopo lo stesso, ne hanno ridotto considerevolmente l'incidenza a meno dell'1%. La maggior parte dei medici esegue anche uno special imaging a ultrasuoni dell'atrio sinistro dall'interno dell'esofago (ecocardiografia transesofagea), per scongiurare la presenza di coaguli prima della procedura. Un coagulo importante può essere sciolto in alcuni casi con un medicinale specifico per sciogliere i coaguli, oppure l'arteria bloccata può essere riaperta facendo passare un palloncino attraverso il coagulo, ripristinando l'afflusso di sangue.

In circa 1-2% dei casi può verificarsi un sanguinamento interno normalmente a livello del sacco pericardico intorno al cuore, provocato dai danni alla parete del cuore. Ciò può causare uno stato di shock che impedisce al cuore di pompare sangue a sufficienza all'organismo. Nella maggior parte dei casi, è possibile utilizzare la puntura di un ago appena sotto lo sterno per introdurre una cannula-catetere nel sacco intorno al cuore e drenare il sangue. Questo basta generalmente per ripristinare la normale circolazione; in caso contrario può rendersi necessario un intervento chirurgico.

I tessuti circostanti esterni al cuore possono subire danni, con interessamento dei nervi e dell' esofago. Il nervo che conduce al diaframma (un muscolo importante ai fini della respirazione) può subire danni, più spesso generalmente quando si ricorre all'ablazione mediante cryoballoon, con conseguente mancanza di respiro; la situazione torna tuttavia alla normalità spontaneamente entro settimane o mesi. Anche i nervi che portano allo stomaco possono subire danni, e ciò causa generalmente gonfiore e tensione addominale; la situazione anche in questo caso torna spesso alla normalità nel giro di settimane.

L'esofago, che si trova proprio dietro la parete posteriore dell'atrio sinistro, può subire danni a causa delle lesioni provocate dal caldo o dal freddo all'interno del cuore. Anche se raro (circa 1 su 4.000), a volte può insorgere un foro comunicante tra il cuore e l'esofago, con conseguente possibile grave infezione, ictus e persino decesso. Ridurre l''insulto' termico provocato vicino all'esofago è il metodo più importante per evitare questa complicazione.

Un'eccessiva cicatrizzazione all'entrata della(e) vena(e) polmonare(i) può causare un restringimento sufficiente a ostruire il flusso ematico. Ciò causa tipicamente tosse, mancanza di respiro e talora sangue nell'espettorato per settimane dopo la procedura. Questo restringimento, che può essere trattato mediante palloncini o stent, può essere evitato spostando le lesioni isolanti lontano dall'ingresso delle vene polmonari verso l'atrio sinistro.

Follow-up e risultati dopo l'ablazione della fibrillazione atriale

Dopo qualche giorno dalle dimissioni dall’ospedale, è utile e raccomandata una valutazione di base da parte del medico curante, che controlli i segni vitali (ossia polso e pressione sanguigna) e i siti dell’iniezione a livello dell’inguine. In assenza di disturbi, si incoraggia una ripresa progressiva delle attività quotidiane, mentre è opportuno evitare sforzi eccessivi e lunghi viaggi per qualche settimana. Successivamente, un elettrofisiologo o un cardiologo di solito esegue una valutazione cardiaca, che include una valutazione di aritmie residue (fibrillazione/flutter), dello stato cardiaco e una revisione del farmaco/della prescrizione, a 4 e 12 settimane, seguita poi da 3-6 controlli mensili.

Nel caso di palpitazioni ricorrenti e rilevazione da parte dell’ECG di fibrillazione atriale o flutter, è possibile che vengano prescritti farmaci antiaritmici aggiuntivi o che si sono dimostrati efficaci in precedenza, e venga raccomandata una ripetizione della procedura di ablazione, di solito non prima di 12 settimane (per permettere agli effetti della procedura di ablazione di stabilizzarsi). Di solito nei soggetti affetti da fibrillazione atriale parossistica, si osservano risultati positivi in circa il 60-70% dei pazienti dopo la procedura iniziale, mentre il 20-30% potrebbe richiedere una procedura supplementare per eliminare le aritmie in più dell’85%. Il tasso di riuscita di una procedura singola è più basso nel caso di fibrillazione atriale persistente.

Impianto di pacemaker associato ad ablazione del nodo atrioventricolare

Invece di cercare di riportare il ritmo cardiaco alla normalità eliminando la fibrillazione atriale, il medico può regolarizzare e rallentare la frequenza del polso bloccando la trasmissione di impulsi elettrici rapidi dagli atri ai ventricoli. Ovviamente, per evitare una frequenza del polso troppo bassa si impianta un pacemaker alcuni giorni prima. In seguito, utilizzando un catetere a radiofrequenza, il fascio elettrico che collega gli atri ai ventricoli viene cauterizzato e distrutto, facendo in modo che la fibrillazione rapida non influenzi la frequenza del polso. Il polso viene regolarizzato artificialmente dal pacemaker malgrado la fibrillazione atriale costante. Tuttavia, il polso è regolare, le palpitazioni sono state eliminate e la qualità della vita è migliore. Anche la funzionalità del cuore può migliorare.

Tuttavia la procedura è irreversibile e il pacemaker non può essere rimosso, né è possibile farne a meno. A differenza della IVP, la procedura è semplice, rapida e non richiede un'apparecchiatura complessa.